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L'ASINA DI BASTIANO

L’ASINA DI BASTIANO - Pippo Pepe

Buttato in quel villaggio sperduto a più di trenta chilometri da Addis Abe¬ba per una missione di civiltà che egli non capiva – la colonizzazione dell' E¬tiopia; sradicato dal suo paese natio ai piedi dell' Etna, dove ogni sera, dopo una buona giornata di lavoro al fondaco di don Paolo, soleva sfogare la gio¬ventù alla "Pensione Franca" di via Forcella, il soldato siciliano Bastiano Pa¬risi, proprio alla stessa ora, laggiù, in quella terra africana, così lontana dalla sua casa nel quartiere del "Tiro al Passero", si sentiva nervoso... Sentiva che a quell'ora della sera la natura reclamava le sue giuste esigenze: la "tubbola¬tura" – diceva Bastiano nel suo gergo pittoresco di giovanotto di fondaco che tanto divertiva i commilitoni del Continente – doveva buttare la semenza nella "matrice".

Bassotto, di membra tozze e nerborute, con quel collo taurino possènte come quello di certi monaci di convento amanti del vino e di tutto ciò che passa il Signore, proprio la sera della monta della giumenta del Capitano, sentì che non ce la faceva proprio più... Il ragazzo indigeno suo allievo di stalla (col quale Bastiano accudiva alle cavalcature del piccolo contingente militare italiano lì distaccato agli ordini del capitano Eugenio Rossi), da tre settimane era anda¬to alla città di Ambo per assistere la mamma ammalata. Cosi scriveva l'allie¬vo all'amico Bastiano: “Mamma essere molto malata... Povero Bastiano, rimasto solo, non potere dare gran tubbolatura al suo Sciatù... Bastiano fare fantasie in attesa del suo Sciatù”.

Ma le lettere del suo caro amico e allievo di stalla Sciatù, invece di pla-carlo, smaniavano di più il piccolo soldato siciliano, che aveva ven-t'anni e una gioventù sempre pronta a prendersi di calore. Ora, da due settimane (non ricordava bene, comunque dopo la partenza del suo caro Sciatù), c'era un inconveniente che faceva soffrire Bastiano: da¬to che i soldati italiani avevano chi ingravidato, chi dato la blenorragia alle femmine indigene, ora, chi voleva sfogarsi la gioventù doveva usare il preser¬vativo: “Se no”, aveva detto il signor Capitano, “poteva solo portarselo a passeg¬gio su e giù in solitario...”

A Bastiano tutto potevi chiedere tranne che calzare il preserbativo; non lo poteva soffrire, era più forte di lui. Lo sentiva come qualcosa di estraneo, di freddo, come insomma un guanto di mammana…Non ci sentiva alcun piacere, ecco. Bastiano, se proprio non ne poteva fare a meno, preferiva farsi una fantasia. Solo che le fantasie, spiegava lui, non ti lasciano contento: tu te ne fai due–tre–quattro di seguito, e alla fine resti con le canne delle ossa tutte vuote... ma più smanioso di prima.

No, no: la cosa più bella di questo mondo era entrare con la tubbolatura e scaricare la semenza in una calda matrice, come aveva stabilito Domineddio quando in sei giornate aveva creato il mondo.

Si fosse almeno potuto spingere fino ai Casini di Addis Abeba, che gli avevano detto che ne aveva più della stessa Catania ...o addirittura essere trasferito nella città di Ambo dove c'era il caro amico Sciatù che era lontano dal suo Bastiano per assistere la mamma ammalata.

Quelle belle Case, diceva ai compagni, Bastiano se le sognava anche la notte. Se l'era sognate sopra tutto da quando era partito Sciatù, che era suo allievo di stalla e lo voleva tanto bene. In Caserma si raccontava che i Casini di Addis Abeba di dentro erano tutti pieni di luce... luci di tanti colori!... E poi c'erano tanti tappeti, dove uno, camminando, non faceva rumore, come se fosse un gatto!... E c'erano pure tante comode poltrone, dove uno seduto pareva un vero signore, e dove le formose ragazze ti venivano a mettersi di sopra, tutte profumate, tutte allegre con la sigaretta nel bocchino... tutte belle calde, con quei veli trasparenti che ti facevano vedere la bella carne e il pelo. « Così il cliente, » commentava Bastiano con quel gergo pittoresco che tanto divertiva i commilitoni del Continente... « così il cliente si scaldava risentendosi di sotto; e, non potendone più, correva in camera con la ragazza a scaricare la tubbolatura.»

Bastiano, se il signor Capitano gliel' avesse permesso, quei trenta e più chilometri fino ai Casini di Addis Abeba se li sarebbe fatti pure a piedi, come un pellegrino... come quando nella sua lontana terra di Sicilia, prima di quella guerra, ogni anno nel mese di settembre andava al santuario della Madonna della Catena, nel lontano paese di Mongiuffi, sperduto tra le montagne della provincia di Messina. Quella Madonna, diceva lui, l'aveva miracolato facendogli passare una perdita fastidiosa e debilitante che una ragazza gli aveva dato nella "Pensione"di via Forcella laggiù, nel suo paese di Giarre, ai piedi dell'Etna.

Bastiano partiva di prima sera dalla sua casa del "Tiro al Passero”. Partiva scalzo, col suo gran torcione di cera lungo e grosso sulle spalle con in cima una nocca rossa; così voleva il voto. Camminava tutta la notte, anche quando pioveva, montagne montagne, lampi lampi, e al-l'alba, se Dio voleva, e tutti gli altri compagni pellegrini giungevano al santuario della buona Madunnuzza che aveva finalmente liberato Bastiano da quel suo fastidioso e debilitante scolo della tubbolatura.

Ma inutilmente Bastiano ora supplicava il signor Capitano di farlo partire alla volta dei Casini della Città, esponendo le sacrosante sue ragioni.

«Niente trasferimento ad Ambo! niente Casini di Addis Abeba ! » Il capitano Eugenio Rossi era stato tassativo. Al villaggio indigeno, diceva lui, c'erano una dozzina di femmine del luogo che per pochi spiccioli avrebbero soddisfatto anche il più infuocato mandrillo siciliano. Se ci andavano i suoi compagni “ a farsi la chiavata”, diceva spartanamente il Capitano, ci poteva andare anche Parisi.

« Ma, signor Capitano, » argomentava Bastiano, « ci ho già detto che lo sanno tutti che non ci provo sodispazzione col preserbativo. È così pesante e doppio di spessore che mi sembra il guanto che donna Peppina "la Mammana" entrò un giorno nella matrice di mia madre quando era prena di sette mesi di mio fratello Nicola... No, signor Capitano, col preserbativo non sono capace di combinare nulla: faccio catenaccio... Meglio accostarsi al muro e farsi una fantasia... Meglio di niente, signor Capitano.»

« E allora, soldato Parisi, fatti pure la sega, se non tolleri il preservativo! » diceva ridendo sotto i baffetti rossicci il capitano Eugenio Rossi, un bel pezzo di giovanotto sui trent’anni, alto e atletico, che in cuor suo aveva stima del piccolo stalliere siciliano, dato che questi aveva un particolare occhio di riguardo per la sua cavalcatura: una bella giumenta dal mantello castano di nome Stella, che Bastiano diceva che era bella e formosa come certe ragazze che lui aveva conosciuto nella "Pensione" di via Forcella, laggiù nel suo paese ai piedi dell'Etna.

Quando il signor Capitano cavalcava la sua Stella nella prateria ster-minata di quell'altipiano dimenticato da Dio tutto riarso dal Sole, tanto lontano dalla Sicilia, era una vera delizia per gli occhietti vispi di Bastiano che, durante i suoi vent’anni di vita era stato particolarmente colpito solo da due spettacoli: quello della formosa cavalla Stella dal mantello castano, superba come una regina quando la cavalcava il signor Capitano, e la rassegna delle ragazze della "Pensione" di via Forcella — al suo paese lontano — quando apparivano tutte insieme vestite di soli veli davanti ai clienti che, di fronte a tutto quel ben di Dio, restavano a bocca aperta... allupacchiunati.
Com’era bella Giarre col suo Casino di via Forcella! Finito di lavorare al fondaco di don Paolo alla Villa Margherita, uno si lavava pulito pulito, si pettinava, mangiava una bella insalata di pomodori con l'aglio e il basilico; oppure un bel pezzo di pane, formaggio duro col pepe e una bella cipolla rosata di quelle che portava il papà dalla campagna; e poi – salutati i familiari: papà, mamma, e i fratelli Nicola, Turiddu, Angelo, Sarino, Carmilina, Santina, Cuncittina e Salvatrice – uno partiva dritto dritto per il Casino... “Là dentro nessuno veniva a chiederti il preserbativo perché dottore sanitario visitare le ragazze ogni settimana, e non c'era pericolo di farle imprenare perché portare molto cotone nella matrice”.

Uno si toglieva la coppola, salutava col dovuto rispetto la padrona della "Pensione", signora Francesca, e la cassiera, signora Carmelina, che erano del Continente. A loro dovevi parlare in italiano, se no non capivano... e poi andavi a sederti tutto tranquillo con gli amici.

Il bravo giovanotto andava a prender posto in una delle due file di sedie della lunga sala rettangolare, da dove i clienti del Casino potevano guardarsi, parlarsi o ridere e, se sollevavano un po' lo sguardo, potevano ammirare le loro facce grottesche, eccitate o paghe (a seconda se erano stati in camera o no), riflesse all'infinito da due grandi specchi che stavano di fronte lunghi e paralleli, sempre puliti e lucidi, lunghi quanto le pareti.

Uno non si stancava mai di stare in Casino, nemmeno quando uno era stato in camera con la ragazza, e si era fatta la semplice o la doppia, come si faceva sempre Bastiano, che lavorava, era scapolo, e si poteva permettere di stare un po' di più in camera, con la buona giornata che gli passava don Paolo al fondaco di Villa Margherita... Mamma e papà erano contenti, perché Bastiano della paga che gli dava don Paolo si tratteneva poco: toglieva solo i soldi per un pacchetto di Alfa e quelli che ci volevano per pagarsi la doppia al Casino.

Bastiano amava pensare che, anche se non era bello come il signor Capitano, lui piaceva alle ragazze del Casino, perché era bravo figliolo ed era abbondante di sotto. Certe volte qualcuna gli aveva dato persino la canigghia per il piacere che le faceva provare con la sua gran tubbolatura che la mamma — grazie a Dio — gli aveva fatta lunga e grossa... come uno di quei tali cetrioli che in Sicilia per grossezza e lunghezza toccano il culmine dello splendore sotto il ferrigno Sole di luglio.

Oh, la canigghia! la canigghia... come quella che gli aveva dato Stella prima che lui partisse per la guerra... Oh, Stella! Stella!... Stella come la bella e formosa giumenta del signor Capitano!... Tutte Stelle si chiamavano!

Quando Bastiano pensava alla Stella del Casino del suo paese lontano, si commuoveva. Chissà dov'era in quel momento Stella; chissà se nel giro delle quindicine era tornata dalla brava signora Francesca… Chissà se si ricordava ancora di Bastiano a cui ogni sera aveva dato la canigghia prima che lui partisse per la guerra...

Com’era bella e fina! Si stava facendo professoressa…Era andata a fare la vita per una storia d'amore che aveva avuto con uno che l'aveva lasciata disonorata con una bambina piccola. I civili di Giarre, specialmente i giovani studenti, sempre Stella si facevano chiamare nel piano disotto della "Pensione", dove ci andavano le persone di riguardo... Ah, sempre Stella si facevano chiamare quelli lì! la robba fina la conoscevano, la conoscevano! perché Stella era bella e fina, e non pareva nemmeno una di Casino.

A mezzanotte, quando Stella terminava di lavorare, anche se stanca morta andava ad abbracciare il suo Bastiano che l'aveva attesa come un innamorato. E l'ultima settimana della quindicina, quando Bastiano si era licenziato dal fondaco di don Paolo al quartiere della Villa Margherita, dato che doveva partire per la guerra, Stella aveva fatto addirittura le nottate con lui, che era abbondante di sotto, perché la mamma – grazie a Dio – gliel’aveva fatta lunga e grossa, e con tanta sua ricchezza stordiva la brava ragazza, facendole dimenticare per un po' quell'altro che l'aveva disonorata e poi lasciata con una bambina piccola.

Stella — ricordava con piacere Bastiano — gli aveva detto più d'una volta che lui era bravo ragazzo, ingenuo e di cuore tanto buono, tutto il contrario di quell'altro,che lei però non riusciva a togliersi dalla testa... Oh, quanto piacere aveva dato Stella al suo Bastiano!... Robba fina quella là, di buona famiglia... col padre impiegato al Municipio... che se non era per la disgrazia lui non la buttava fuori di casa, e a quest'ora non entrava in Casino, e faceva invece la professoressa... E invece era andata a fare la vita, e aveva dato confidenza e la canigghia al povero Bastiano, che era un semplice stalliere di fondaco, che sapeva mettere appena la firma, e si toglieva la coppola davanti alla signora Francesca e alla signora Carmelina, che erano del Continente... Con loro era un onore e un piacere fare una discussione... parlavano sempre, sempre in italiano.

* * *

II capitano Eugenio Rossi, che voleva regalato un bel puledrino dalla sua Stella in periodo di calore, proprio quella mattina aveva tentato di farla montare dallo stallone Filippo: un cavallo arabo che si diceva ai suoi tempi aveva fatto furore. Bastiano aveva collaborato da quel buon giumentaro che era; facendo la sua parte: tenendo tra le mani al calore le grandi coglie nere del non più giovane stallone per non farlo ammoscire prima del tempo.

Tutto inutile. Quell'incapace di Filippo, alla vista della smaniosa giumenta, era stata tale l'eccitazione che si era ejaculato addosso, buttando fuori la preziosa semenza, e lasciando la bella Stella nervosa e insoddisfatta.

Il Capitano tutto arrabbiato se l'era presa con Bastiano, il quale secondo lui non era stato capace di afferrare la verga di Filippo e di ficcarla in tempo nell'impaziente vagina di Stella che fremeva scalpitando per il desiderio... Ci fosse stato il caro amico Sciatù: lui, così pratico di certe operazioni!

Bastiano cercò di difendersi: «Signor Capitano, questo cavallo non è più capace; può farsi solo le fantasie facendo il gioco del battaglio che suona la campana. Qui ci vorrebbe uno stallone più giovane... Povera Stella, lasciata là in attesa di quello che non arrivava mai!... Se ero cavallo io, non sbagliavo certo il colpo, ce l’assicuro, signor Capitano! Con una cavalla così bella e formosa che a montarla dev'essere un vero piacere... Ce lo entravo dritto dritto in profondità, e così donavo un bel puledrino al buon signor Capitano...»

«Va bene, va bene, soldato Parisi... abbiamo capito, » sdrammatizzò sorridendo l'ufficiale , che si era reso conto che la colpa non era da addebitare al piccolo stalliere, ma all'età non più verde del povero Filippo, che era ormai veramente da compatire... « Comunque, riproveremo domani mattina… Chissà? Domani mattina forse Filippo con un po' di fortuna potrebbe anche riuscire... E, se non dovesse riuscirvi Filippo… vuol dire che ci proverà lo stesso Bastiano…»

Ci proverà lo stesso Bastiano?... E che era cavallo!... Scherzava, scherzava il signor Capitano!

Se le giornate precedenti Bastiano per l'umano suo desiderio avrebbe fatto un buco in una tavola (così diceva lui), ora, quella sera del forfait di Filippo (il quale non era riuscito a far felice quel gran pezzo di cavalla dal mantello castano, che scalpitava, che attendeva smaniosa), lui sarebbe stato capace anche di sfondare un carro armato.

«E che era un cavallo? ... e che era un cavallo? » continuava a interrogarsi, fantasiando il piccolo soldato scandagliando la sua interiorità mentre accompagnava al passo, col solito orgoglio (ma ora anche con l'animo turbato) la magnifica cavalla dal mantello castano per il pranzo nella stalla.

In verità al piccolo siciliano l'idea di poter nascere cavallo, di portare cioè una bella sella da cavaliere, o, più modestamente, il basto con i barili pieni di vino per le ombrose mulattiere dell'Etna — o fare lunghi viaggi tirando il carretto pieno di mercanzie, e la notte passarla dentro il fondaco al caldo...ma soprattutto l'idea davvero singolare di poter entrare con la gran tubbolatura lunga come una gamba di tavolino nelle matrici delle belle giumente (chedoveva essere un vero piacere a montarle)... ebbene tale idea non era mai venuta prima a visitarlo per sedurre il suo semplice cuore... Però, ora, dopo la delusione della formosa cavalla per colpa di quell'incapace di Filippo, e soprattutto dopo le parole magari scherzose del signor Capitano, un turbamento nuovo dovuto anche alla sua forzata astinenza — un turbamento che egli non aveva mai conosciuto prima di allora — era sorto spontaneo e naturale nel cuore appassionato di Bastiano; spontaneo e naturale come certi funghi belli lunghi e grossi che nascono inalberandosi ai piedi dei maestosi castagni del nostro vulcano dopo una buona nottata di pioggia. Un sentimento – quello suo – che poteva impiantarsi solo nelle nature calde e temperative di certi cepputi giovanotti siciliani avvezzi ai lavori forti, alla rude fatica dei campi che tempra gli animi — o ai buoni, pastosi odori del fondaco che ti empiono i polmoni saziandoli... Giovanotti magari piccoli di statura e taciturni, ma nerboruti e ferrigni come muli, con certe nodose e abbrunite pertiche d'assalto di tutto rispetto, da incutere quasi timore... come appunto il nostro Bastiano.

Il villaggio indigeno, con le sue capanne dai tetti coperti di erbe e di sterco, dormiva quieto sotto la distesa del cielo luccicante di stelle. Il Capitano e i compagni riposavano stanchi della giornata e appagati nei sensi, dato che — a differenza di Bastiano — tolleravano i preservativi. Ad Ambo a quell'ora tarda anche Sciatù dormiva. Si era forse addormentato disteso supino, le mani intrecciate dietro la nuca, com’era sua abitudine, e ora sognava il suo Bastiano lontano.

Nella stalla della Caserma, dove quella notte era di guardia, solo il piccolo soldato siciliano non trovava requie. Se ne stava seduto sopra un corbello rovesciato davanti all'ingresso. Una brezza tiepida portava verso di lui mille odori della misteriosa terra africana, così lontana da casa sua: odori di uomini– di animali–di erbe–di stalle–di stereo: odori forti e selvaggi, piacevoli come quel buon odore di sudore e di carne umana che sempre ristagnava nel Casino della brava signora Francesca.

Bastiano con gli occhietti socchiusi aspirava quella brezza a pieni polmoni, avidamente, traendo profondi sospiri dalla radice stessa della sua anima appassionata. Sentiva il sangue scorrergli nelle vene irrequiete, caldo, colmo di desiderio, come un torrente che non vede l'ora di poter placare l'impeto nel mare.

Non ne poteva più, era al massimo dell'umana sua sopportazione... una vera tortura... Ci fosse stato almeno con lui il caro amico Sciatù...

Si alzò e barcollò stordito, profondamente commosso. Bastiano ora si era messo a pensare nello stesso tempo alla Stella del Casino, a Sciatù e alla formosa cavalla che quell'incapace di Filippo non era riuscito a penetrare... Stelle!... Stella!... Stella pure lei!... Una cavalla che possedeva un nome umano, superba e formosa pure lei!
Come doveva essere bello l'indomani mattina trovarsi al posto di Filippo,ed entrare nella calda e profonda matrice di Stella senza quel maledetto preserbativo!... Non poteva essere lui quel cavallo — e scaricare cosi la tubbolatura e buttare la semenza e sgonfiare le coglie che gli facevano un gran male,talmente se le sentiva cariche e infiammate d'amore!

Bastiano si mise a girare come un ubriaco, il capo insaccato e il nasone tuberoso protèso sotto i vispi occhietti che sembravano cercare per la stalla un buco qualsiasi come per ficcarvi tutto se stesso... Fosse stato lui quel cavallo!... avrebbe penetrato la formosa Stella, come già — pensava con nostalgia — aveva fatto con quell'altra ragazza del Casino del suo paese... Tutte Stelle si chiamavano!... tutte Stelle si chiamavano!

La bella formosa slanciata cavalla in calore fremeva lì accanto, nervosa. Non riusciva a prender sonno per la delusione subita quella mattina, né sapeva se l'indomani uomini e cavalli avrebbero ritentato. Tutte le cavalcature della stalla riposavano tranquille al lieve soffio della brezza della notte. Solo Stella e Bastiano, presi ognuno dalla propria inquietudine, non riuscivano a trovare riposo. Stella era una magnifica cavalla di razza araba, alta e slanciata, con fianchi pieni e muscolosi, come piacevano appunto al piccolo soldato. «Non potevo essere in questo momento un cavallo!» fremeva Bastiano stordito dall'emozione, mentre si avvicinava di dietro alla magnifica Stella. Senza riflettere a quello che stava facendo, egli afferrò uno sgabello e fece per montarvi sopra. Ma Stella non era quella della "Pensione" della brava signora Francesca, mannaggia, né la formosa cavalla poteva accontentarsi di quello che voleva offrirle perdutamente il piccolo Bastiano. Egli dopo tutto non era che un misero uomo.

Oh, natura, che non l'aveva fatto cavallo!... E se poi Stella l'avesse scalciato, lui, l'insignificante intruso, magari ferendolo?... Cosa avrebbero detto il signor Capitano e i suoi stessi compagni?... L'avrebbero potuto capire? Essi si sarebbero compenetrati in lui? L’avrebbero capito?

Là vicino stava placida, serena, candida come un angelo, la brava asina Nina. L'avevano portata dall'Italia con loro: era di Bari. Nina non era bella come Stella, che scalpitava accanto smaniosa, il bellissimo mantello castano– lucido d’un sottile velo di sudore e di desiderio. Nina era piuttosto brutta. Non aveva mai protestato in vita sua, né quando l'avevano bastonata, né quando l'avevano caricata fin quasi a farle toccare con la pancia lo stesso il terreno.

Alla luce tremula della lampada a petrolio che Bastiano reggeva con mano che la passione profonda rendeva incerta, Nina girò lenta la lunga faccia verso di lui, che ora l'accarezzava palpandola quasi senza accorgersene. L’asina non si opponeva, anzi gli drizzava le orecchie come se mostrasse consenso. Poi, volgendo a Bastiano gli occhi mansueti, Nina gli scoprì le gengive per tutta l'ampiezza delle labbra, componendole in una specie di sorriso che le metteva in mostra in modo si direbbe quasi compiaciuto l'opulenta chiostra dei suoi denti grossi e giallognoli. Nel modo proprio di comunicare della specie asinina, forse l'animale stava volgendo un saluto che al piccolo soldato, stordito dalla passione di quella notte, giunse misterioso come una carezza, quasi come un tacito invito.

Chissà, forse Nina aveva un debole particolare — che era anche un senso di riconoscenza — per il padroncino Bastiano, che verso di lei era sempre stato il più umano tra quelli che la comandavano…Anche se la saggia Nina, nella rassegnata sua mansuetudine di vecchia asina era quieta con tutti... e sopportava tutto, qualunque cosa le facessero...con la saggezza propria della sua età. A Nina potevi fare tutto quello che volevi: Nina sopportava ogni cosa...
« Sopporterà anche questo, » sospirò profondamente Bastiano all'idea che gli era venuta quell'istante, come una liberazione.

Pippo Pepe

News inserita il 06/02/2009 da giuseppe spadaro
nella categoria Racconti Siciliani
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