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SICILIA, IL LESSICO DELLE BANALITÀ


Come previsto, il Lombardo-ter ha avuto vita breve e difficile. Si pensava che avrebbe passato l’estate, invece parrebbe di no. Tutte le forze che, in modo dichiarato o surrettizio, sostengono il governatore hanno posto il problema di un nuovo esecutivo.



La situazione è precipitata. Fra Roma e Palermo è ripreso un frenetico andirivieni di capi e capetti del PdL diviso, speranzosi o incolleriti, in pellegrinaggio dal gran Capo assoluto dal quale si fanno dipendere le sorti della Sicilia.


 


Il risultato di queste missioni (credo molto seccanti per Berlusconi) è davvero eclatante: dopo sei mesi di perfido silenzio e di attese snervanti, il Cavaliere, pregato da Micciché, si è degnato di telefonare al presidente della regione. Mai telefonata fu così preziosa e “gradita” come assicura il ricevente. Alla faccia dell’Autonomia speciale!


 


Che strana sorte quella dell’Autonomia: nel momento della sua massima esaltazione (a parole) subisce il massimo degrado della sua pratica politica.


 


Nei rapporti col governo centrale mai si era giunti a tanto. Anche per l’assegnazione dei fondi spettanti.


 


Dalla demagogia autonomistica alla questua


 


Se è questo è il modello che si vorrebbe appioppare all’Isola, c’è da star freschi: dalla crisi si passerà alla questua, con la coppola in mano.


 


Spiace rilevarlo, ma così è e peggio sarà se dovesse continuare questa esperienza anomala e inconcludente.


 


A salvare la situazione non saranno, certo, le formulette enunciate in questi giorni che, a ben pensarci, denunciano il fallimento dei partiti che le invocano perché incapaci di assicurare alla Sicilia un governo politicamente responsabile e identificabile.


 


Questa non è politica, ma esattamente il suo contrario.


 


Tempi duri. Per sopravvivere è stato inventato un nuovo lessico delle banalità: dalle geometrie variabili al governo “con chi ci sta”, dalla giunta dei tecnici a quella dei competenti.


 


Di questo passo, dovremo anche aspettarci “governi a sorteggio” o fantasie similari.


 


Ma cosa vogliono dire?


 


Espedienti. Solo espedienti, per dare fiato all’anomalia politica siciliana che, a questo punto, può essere superata solo col ritorno alle urne.


 


Se non altro perché queste alchimie contrastano con la vigente legge bipolare che, con l’elezione diretta del presidente della regione, ha introdotto una rigidità di ruoli e di composizione della maggioranza e dell’opposizione. 


 


Il ritorno alle urne: la corretta soluzione


 


Ragion per cui, se il presidente, per altro eletto col voto congiunto ossia in base a un automatismo politicamente vincolante, non dovesse più disporre della maggioranza indicata dagli elettori dovrebbe dimettersi. Tanto più quando egli stesso ha causato la rottura della maggioranza.


 


E per noi non è imbarazzante sapere che tale richiesta è stata avanzata anche dall’attuale opposizione (Pdl e UDC), poiché tale posizione l’abbiamo espressa, autonomamente, fin dalla nascita di questo papocchio.


 


Correttezza vorrebbe che se Lombardo e i suoi interlocutori del Pdl e del Pd desiderino proseguire questa contraddittoria collaborazione si presentino al giudizio degli elettori. 


 


L’unica cosa che non si può fare è continuare ad andare a caccia col retino di proposte bizzarre e improvvisate che non fanno uscire dal vicolo cieco dove si vorrebbero far convivere, a livello politico e di governo, appartenenze e disegni politici così diversi se non divaricanti.


 


Per altro, la questione non è solo politica, ma di programma. Tutti parlano di formule, nessuno di programmi, di riforme. A parte qualche titolo, naturalmente.


 


A oggi, i siciliani sanno molto di questa girandola d’incontri e di proposte e poco o nulla di cosa dovrebbe fare il Lombardo- quater.  


 


PD: fuori dall’equivoco per preparare il dopo-Lombardo


 


Forse, a questi signori sfugge un particolare: in Sicilia si sta accumulando una drammatica questione economica e sociale che va ben oltre i precari e dilaga, in termini di disoccupazione e cassa integrazione, nei principali settori produttivi e dei servizi.


 


Il lavoro, anche quello che appariva più garantito, è messo in discussione, mentre non c’è speranza per centinaia di migliaia di giovani che lo cercano.


 


Uno scenario in forte peggioramento che coinvolge grandi città e paesi ormai fantasma ed è già  sulla via dell’ingovernabilità.


 


S’illude chi pensa d’affrontarlo con governi minoritari e confusi o d’usarlo come “scudo umano” per oltrepassare l’attuale strettoia.


 


Ci vorrebbe uno schieramento ampio e nuovo, aperto alle correnti più innovative della società per salvare l’esistente (depurato dagli sprechi e dalle inefficienze) e progettare un futuro per le nuove generazioni siciliane.


 


Su questo fronte, a mio parere, dovrebbero impegnarsi il Pd e le altre forze popolari e sociali sane, anche imprenditoriali.


 


Altro che cincischiare con questo o con quello in cene, aperitivi e convegni stravaganti! Se questo avverrà, si aprirà al Pd la porta (quella principale) del governo riformatore, dove si potrà stare e operare con la propria faccia e non per interposta persona.


 


Agostino Spataro


 


* pubblicato, con altro titolo, in “La Repubblica” del 16 giugno 2010 , IL LESSICO DELLE BANALITA’ 


 


di Agostino Spataro 


Come previsto, il Lombardo-ter ha avuto vita breve e difficile. Si pensava che avrebbe passato l’estate, invece parrebbe di no. Tutte le forze che, in modo dichiarato o surrettizio, sostengono il governatore hanno posto il problema di un nuovo esecutivo.


 


La situazione è precipitata. Fra Roma e Palermo è ripreso un frenetico andirivieni di capi e capetti del PdL diviso, speranzosi o incolleriti, in pellegrinaggio dal gran Capo assoluto dal quale si fanno dipendere le sorti della Sicilia.


 


Il risultato di queste missioni (credo molto seccanti per Berlusconi) è davvero eclatante: dopo sei mesi di perfido silenzio e di attese snervanti, il Cavaliere, pregato da Micciché, si è degnato di telefonare al presidente della regione. Mai telefonata fu così preziosa e “gradita” come assicura il ricevente. Alla faccia dell’Autonomia speciale!


 


Che strana sorte quella dell’Autonomia: nel momento della sua massima esaltazione (a parole) subisce il massimo degrado della sua pratica politica.


 


Nei rapporti col governo centrale mai si era giunti a tanto. Anche per l’assegnazione dei fondi spettanti.  


Dalla demagogia autonomistica alla questua


 


Se è questo è il modello che si vorrebbe appioppare all’Isola, c’è da star freschi: dalla crisi si passerà alla questua, con la coppola in mano.


 


Spiace rilevarlo, ma così è e peggio sarà se dovesse continuare questa esperienza anomala e inconcludente.


 


A salvare la situazione non saranno, certo, le formulette enunciate in questi giorni che, a ben pensarci, denunciano il fallimento dei partiti che le invocano perché incapaci di assicurare alla Sicilia un governo politicamente responsabile e identificabile.


 


Questa non è politica, ma esattamente il suo contrario.


 


Tempi duri. Per sopravvivere è stato inventato un nuovo lessico delle banalità: dalle geometrie variabili al governo “con chi ci sta”, dalla giunta dei tecnici a quella dei competenti.


 


Di questo passo, dovremo anche aspettarci “governi a sorteggio” o fantasie similari.


 


Ma cosa vogliono dire?


 


Espedienti. Solo espedienti, per dare fiato all’anomalia politica siciliana che, a questo punto, può essere superata solo col ritorno alle urne.


 


Se non altro perché queste alchimie contrastano con la vigente legge bipolare che, con l’elezione diretta del presidente della regione, ha introdotto una rigidità di ruoli e di composizione della maggioranza e dell’opposizione. 


Il ritorno alle urne: la corretta soluzione


 


Ragion per cui, se il presidente, per altro eletto col voto congiunto ossia in base a un automatismo politicamente vincolante, non dovesse più disporre della maggioranza indicata dagli elettori dovrebbe dimettersi. Tanto più quando egli stesso ha causato la rottura della maggioranza.


 


E per noi non è imbarazzante sapere che tale richiesta è stata avanzata anche dall’attuale opposizione (Pdl e UDC), poiché tale posizione l’abbiamo espressa, autonomamente, fin dalla nascita di questo papocchio.


 


Correttezza vorrebbe che se Lombardo e i suoi interlocutori del Pdl e del Pd desiderino proseguire questa contraddittoria collaborazione si presentino al giudizio degli elettori. 


 


L’unica cosa che non si può fare è continuare ad andare a caccia col retino di proposte bizzarre e improvvisate che non fanno uscire dal vicolo cieco dove si vorrebbero far convivere, a livello politico e di governo, appartenenze e disegni politici così diversi se non divaricanti.


 


Per altro, la questione non è solo politica, ma di programma. Tutti parlano di formule, nessuno di programmi, di riforme. A parte qualche titolo, naturalmente.


 


A oggi, i siciliani sanno molto di questa girandola d’incontri e di proposte e poco o nulla di cosa dovrebbe fare il Lombardo- quater.  


 


PD: fuori dall’equivoco per preparare il dopo-Lombardo


 


Forse, a questi signori sfugge un particolare: in Sicilia si sta accumulando una drammatica questione economica e sociale che va ben oltre i precari e dilaga, in termini di disoccupazione e cassa integrazione, nei principali settori produttivi e dei servizi.


 


Il lavoro, anche quello che appariva più garantito, è messo in discussione, mentre non c’è speranza per centinaia di migliaia di giovani che lo cercano.


 


Uno scenario in forte peggioramento che coinvolge grandi città e paesi ormai fantasma ed è già  sulla via dell’ingovernabilità.


 


S’illude chi pensa d’affrontarlo con governi minoritari e confusi o d’usarlo come “scudo umano” per oltrepassare l’attuale strettoia.


 


Ci vorrebbe uno schieramento ampio e nuovo, aperto alle correnti più innovative della società per salvare l’esistente (depurato dagli sprechi e dalle inefficienze) e progettare un futuro per le nuove generazioni siciliane.


 


Su questo fronte, a mio parere, dovrebbero impegnarsi il Pd e le altre forze popolari e sociali sane, anche imprenditoriali.


 


Altro che cincischiare con questo o con quello in cene, aperitivi e convegni stravaganti! Se questo avverrà, si aprirà al Pd la porta (quella principale) del governo riformatore, dove si potrà stare e operare con la propria faccia e non per interposta persona.


 


Agostino Spataro


 


* pubblicato, con altro titolo, in “La Repubblica” del 16 giugno 2010 

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News inserita il 17/06/2010 da
nella categoria Politica
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